Ritratti e racconti

Ritratti e racconti 2016
Il progetto espositivo
L’archivio storico comunale di Rubiera conserva una gran quantità di documenti d’identificazione di diverso tipo. Si tratta di passaporti di concessione comunale e ducale e di identikit che servivano alle autorità comunali per l’identificazione dei ricercati dalla polizia. Perché occuparsi di questi documenti? Per una serie di ragioni. Innanzitutto perché sono numerosi e quindi rilevanti per la struttura dell’archivio e per la storia sociale e amministrativa del Comune; poi perché è materiale interessante per capire quale fosse il clima a Rubiera e quale fosse il suo ruolo nel ducato Austro-estense agli inizi dell’Ottocento. Inoltre ci piacerebbe capire come fosse la società di un borgo piccolo e povero, ma non isolato né di poco conto. Il fenomeno dei migranti, inoltre, a cui tali passaporti erano concessi, comune a tutti i luoghi e a tutte le epoche di questo mondo, implica tante considerazioni di stretta attualità relative alla società contemporanea. L’interesse infine risiede anche nel fatto che si tratta di materiale che si presta facilmente ad essere manipolato, ad essere trasformato, ad avere insomma un uso creativo, ad avere una trasposizione da parola scritta a immagine.
Le possibilità creative di tale materiale documentario si spiegano col fatto che tali carte, in assenza a quei tempi della fotografia che fece la sua comparsa, dopo diversi tentativi, verso il 1839, riportano la descrizione, peraltro abbastanza standardizzata, di alcuni connotati specifici del volto e della figura (occhi, naso, bocca, altezza, segni particolari, abbigliamento, ecc.) delle persone che ne erano titolari o dei ricercati di polizia che erano oggetto di indagini. Ho scelto, per quest’anno, di utilizzare soprattutto i passaporti, i quali riportano solo i tratti caratteristici del viso. I mandati di cattura, invece, che saranno oggetto di una prossimo progetto, riportano anche le descrizioni degli abiti e della figura intera del ricercato.
Avendo abbondanza di tale materiale è venuto perciò spontaneo pensare di dare un volto a queste schematiche e un po’ fredde descrizioni di polizia, frutto di meditate e antiche prassi burocratiche; è stato facile pensare di inventarsi un volto che ridesse respiro a quei nasi, luce a quegli occhi, pensiero a quelle fronti, voce a quelle bocche. Infatti, perché limitarsi a ricostruire un volto? Serviva una storia, inventata ovviamente, dati i pochi elementi, ma plausibile.  Arte e letteratura insieme. Da qui il coinvolgimento delle cattedre d’arte e di lettere delle Scuole secondarie di primo grado “E. Fermi” di Rubiera. Presentato alle insegnanti, il progetto ha visto la sua concretizzazione nella primavera del 2016 con un’esposizione articolata in diverse sezioni, allestita presso palazzo Sacrati, sede del Comune. La mostra fu inserita nelle manifestazioni di “Quante storie nella storia 2016”, evento regionale che mira a far conoscere gli archivi, tramite ricerche e attività didattiche al loro interno e nel circuito delle manifestazioni reggiane di “Fotografia europea 2106”.  Ogni sezione in cui si è articolata la mostra aveva un titolo. La prima sezione la più consistente chiamata “Ritratti e racconti prima della fotografia”, consisteva nei ritratti che gli studenti delle classi terze delle sezioni A, B, C e G avevano disegnato su fogli di carta, utilizzando soprattutto la tecnica delle matite colorate. Con il coordinamento dalla Professoressa Tiziana Giordano, interpretando secondo la loro personale sensibilità le scarse descrizioni del volto fornite dai passaporti rilasciati agli emigranti rubieresi che uscivano dai Dominj Estensi per recarsi a cercare lavoro nel mantovano, i ragazzi e le ragazze hanno dovuto applicare sia le tecniche di disegno apprese durante l’anno, sia svelare il loro talento personale, con risultati, a mio avviso, straordinari. A fianco di ogni ritratto era appeso poi un foglio con il racconto frutto di fantasia della vita di ciascuna di questa persone, i loro pensieri, le loro aspirazioni, narrata con brevi componimenti dagli studenti della classe terza B, coordinati dalla professoressa di lettere Patrizia Bellei. In questi racconti sentirete con quale partecipazione emotiva gli studenti siano entrati in empatia con queste persone, che non hanno mai conosciuto e di cui non sapevano pressoché nulla. Gli elementi su cui lavorare per creare una storia erano pochi, ma il risultato è stato così toccante che dimostra quanto questi giovani siano sensibili e informati sui tempi in cui vivono, quanto su questi abbiano riflettuto. Altre fonti non ne avevano, altri elementi per tratteggiare questi caratteri non ce n’erano. Perciò hanno attribuito a questi lontani antenati quello che provano nel vedere quotidianamente ciò che accade intorno a loro. Hanno immaginato cosa debba provare una persona che abbandona il proprio paese per andare all’estero, per fuggire dalla miseria o dalla guerra, per cercare una dignità attraverso il lavoro. La storia si ripete, le ansie e le aspirazioni umane si ripropongono identiche in ogni epoca. Continuamente oggi si parla di migranti, ma mentre un tempo eravamo noi ad andarcene (anche se lo facciamo ancora e non sempre si tratta di un’emigrazione di lusso) oggi siamo terra di immigrazione, anche se spesso di passaggio. Questi immigrati sono sempre sotto i nostri occhi e pongono alla nostra società nuove sfide e nuove domande. I loro figli vanno a scuola con gli italiani, integrandosi a vari livelli. A volte sono questi ragazzi stessi, i cui genitori sono italiani di altre regioni o stranieri. Noterete infatti che alcuni di questi studenti hanno origini straniere. Sono spesso indistinguibili, se non da nomi esotici o dai tratti somatici caratteristici di popoli di altre parti del mondo. Possiamo quindi pensare che nel descrivere gli stati d’animo degli emigranti rubieresi del 1816 essi avessero in mente quelli dei loro genitori, se non i propri.
A margine di questo nucleo centrale, avevo poi predisposto una breve storia illustrata della fisiognomica, dottrina che pretendeva di associare ai tratti somatici aspetti caratteriali e della personalità degli individui. Una dottrina molto interessante, che ha influenzato l’arte e la sociologia, ha sviluppato l’osservazione empirica e la psicologia, ha cercato riscontri nella psichiatria e nella medicina. Utilizzata sino ad abusarne dalla criminologia, giungendo in certi casi a drammatici esiti di rapporti causa effetto tra aspetto fisico, misurazioni del corpo e aspetti della moralità.
In un’altra sala c’erano altre due sezioni dello stesso evento espositivo. La prima, dal titolo “Le medie in archivio”, era relativa alla tradizionale visita delle classi seconde sezioni B e I all’archivio comunale e presentava le suggestioni e le impressioni sotto forma di tema, che i ragazzi avevano tratto da quella lezione. Tali componimenti erano consultabili tramite la lettura su smartphone di alcuni QRCode, creati da loro sotto la supervisione delle Professoresse Stefania Guglielmino (2F) e Patrizia Bellei (2B). L’altra, l’ultima, dal titolo “Rubiera nera”, anticipatrice di ricerche future, riguardava i mandati di cattura corredati di identikit dei ricercati per reati più o meno gravi. Tali reati erano avvenuti nella Rubiera inquieta e oppressa dei primi decenni del XIX secolo, dove si stava preparando l’infamia del Tribunale Statario Estense che avrebbe, nel 1822, condannato Don Giuseppe Andreoli, primo martire del Risorgimenti italiano. Qui è stato presentato per esempio il registro dei detenuti nelle carceri del Forte e alcuni casi delittuosi avvenuti nel 1816.
Perché tanti poveri?

La povertà modenese e reggiana del primo Ottocento veniva da lontano, almeno dal secolo precedente. Se la prima metà del ‘700 era stata funestata da tre guerre dinastiche europee, che avevano coinvolto il ducato estense direttamente, la seconda metà del secolo era stata, dal 1748, anno della pace di Aquisgrana, un cinquantennio di pace. Fu questo cinquantennio un periodo di crescita demografica e produttiva ma con scarse ricadute sulla popolazione. Diminuirono i campi incolti, con la conseguenza che alle classi sociali disagiate non era più possibile usufruire dei campi liberi e dei boschi di cui potevano, da secoli, godere liberamente per approfittare dei prodotti spontanei, dei frutti della silvicoltura, della legna da fuoco e dei pascoli. Migliorarono anche le tecniche produttive e questo provocò la fuoriuscita di lavoratori dal sistema produttivo, soprattutto di braccianti e di giornalieri. Nella Bassa la bonifica delle paludi tolse ai poveri le motte (le colline emergenti dalle acque stagnanti) coltivate in mezzo alle paludi. A Rubiera fu nel corso dell’800 che vennero bonificate le paludi di Fontana per opera di Abati e Venturi, ingegneri e professori ducali, su iniziativa della famiglia Greppi, che aveva lì estese berléte. Fu quindi la volontà dei duchi Francesco III ed Ercole III, che portò alla creazione di magistrature il cui compito doveva essere quello di promuovere trasformazioni e riforme in campo economico, fiscale e creditizio, sostanzialmente fallite sino a fine secolo. La vita economica modenese e reggiana era stretta da antichi vincoli feudali: monopoli, juspatronati (come quello dell’antico ospitale di Sant’Antonio di Rubiera di cui era titolare l’illustre famigli Sacrati di Ferrara), concessioni ad personam, ”mano morta” e altre, di cui i duchi non erano mai riusciti a liberarsi. Tali privilegi  rendevano impossibili o poco convenienti gli investimenti in campo produttivo. L’albergo dei poveri di Modena, costruito alla chiusura dell’ospitale rubierese e in attività dal 1765, divenne ospitale delle arti con lo scopo di insegnare un lavoro ai propri ospiti. Erano mestieri legati alla produzione tessile, già in crisi a causa dei moderni sistemi produttivi inglese e francese e l’impiego era rivolto ad alcune centinaia delle moltitudini di poveri dello Stato. Si riproponeva il modello delle manifatture reali, attività economiche svolte in monopolio, di livello qualitativo elevato, legate ad una sorta di imprenditorialità ante litteram legata all’iniziativa personale di una dinastia. Il sistema creditizio e fiscale era complesso, vischioso e inefficiente. Le imposte erano riscosse dalla detestata Ferma Generale, un’istituzione caratterizzata da una spietata capacità di riscossione, affidata a compagnie genovesi o milanesi e che quindi portavano all’estero i guadagni, che non teneva conto delle potenzialità dell’economia, ma pensava solo a esigere le imposte con qualsiasi mezzo, soffocando ogni capacità d’investimento nelle attività economiche. Questo sistema innescava meccanismi di autodifesa da parte dei contribuenti, come il contrabbando nel commercio e favoriva le attività e il lavoro nero. Ogni tentativo di riforma del sistema fiscale fu contrastato ferocemente dai Fermieri. L’attività del credito soffriva di un generale pregiudizio legato al divieto posto della Chiesa ai cristiani di prestare denaro ad interesse, poiché il tempo è di Dio, che lo toglie all’uomo quando vuole con la morte. Un cristiano non poteva quindi lucrare su qualcosa che non era suo, cioè lo scorrere del tempo. Questa attività era svolta dal popolo ebraico, escluso da altre attività, spesso con buoni guadagni. Il divieto generalizzato dell’usura però non impedì ad istituzioni religiose cristiane di fare prestiti, come succedeva anche ai conventi, alle opere pie come i Monti di Pietà e ai mercanti. All’interno di questi luoghi avvenivano anche commerci in nero. Alcuni tra i più intelligenti e colti intellettuali della corte estense del ‘700 si prodigavano nel dare consigli al duca su come migliorare le gravi condizioni economiche dello Stato. Ludovico Antonio Muratori, Alfonso Fontanelli, Luigi Laudiani e Domenico Vandelli, solo per dare qualche per esempio, avevano pubblicato saggi di contenuto riformistico, sin dalla prima metà del secolo, frutto anche di viaggi e comparazioni con le economie di altri Stati tecnologicamente più avanzati di quello estense. Risultava chiaro che esso non avrebbe potuto avanzare se non con grandi riforme, soprattutto politiche. Ma ancora agli inizi dell’800 le uniche riforme possibili parevano essere quelle in campo agricolo. Nonostante i vincoli, le leggi feudali e le tradizioni che impedivano all’economia di svilupparsi, dagli anni ’60 del ‘700 iniziò una serie di privatizzazioni frutto dell’esproprio da parte dello Stato delle proprietà degli enti religiosi e la loro immissione sul mercato. Questo fenomeno ebbe due fasi, una pre-francese, caratterizzata dall’affidamento delle terre tolte agli enti religiosi in affitto ad altri soggetti privati, che poi ne venivano in possesso riscattandone la proprietà a cifre modeste. Anche la vendita con aste e quella diretta erano possibili. Se un acquirente avesse sborsato in contanti anche solo un sesto del valore della terra oggetto dell’acquisto ne avrebbe ottenuto la proprietà, senza partecipare all’asta. Ma questo era solo l’inizio, il bello sarebbe arrivato con Napoleone. Dal 1796 in poi il fenomeno non si sarebbe più fermato, caratterizzando però la proprietà agraria con una forte concentrazione nelle mani di pochi ricchi. Un problema però si presentò dal punto di vista delle entrate per Stato, infatti il mancato aggiornamento del catasto comportò che tali terre, ormai in mano a proprietari privati, non subissero alcuna tassazione poiché il catasto tardava ad aggiornare i propri elenchi con i nomi dei nuovi proprietari e tali terreni restavano esenti, esattamente come erano quando erano posseduti dagli enti religiosi. Questa operazione provocò l’arricchimento in beni fondiari e in esenzioni fiscali di fatto, di quelle classi sociali che avevano la liquidità necessaria per acquistarli, nobili, ebrei e borghesi soprattutto. Inoltre erano poche le persone che disponevano di contante, in quanto le guerre continue delle prima metà del ‘700 e le successive guerre napoleoniche, avevano prosciugato le casse private e quelle pubbliche. Sicché chi ne aveva godeva di speciali condizioni d’acquisto, poiché occorreva liberare risorse e terre dal regime dei vincoli testamentari dell’inalienabilità, dal vincolo della donazione “pro anima sua” e dalla mano morta1. Terre pubbliche, da sempre usufruibili dal povero meno abbiente per condurvi al pascolo le greggi e i maiali o per cacciarvi, si resero indisponibili a seguito della loro vendita sul mercato a privati che le misero a reddito. Dovendo rientrare velocemente dalla cifra spesa per acquisire le terre si tagliavano i boschi per venderne il legname, diminuendo le porzioni di territorio dedicate alla caccia e modificando un paesaggio caratterizzato da secoli dal bosco e dall’incolto. Un altro aspetto molto importante di quest’epoca di vendite pubbliche fu la crisi della mezzadria, che venne sostituita con contratti più favorevoli ai proprietari, provocando così la fuoriuscita dalla coltivazione diretta dei campi di un grande numero di affittuari, trovatisi in tal modo, da una stagione all’altra, sul lastrico. Tra il 1806 ed il 1809 lo Stato estense conobbe addirittura, a seguito della perdurante crisi, il fenomeno del banditismo come reazione e conseguenza della

grande povertà. Nuova povertà si aggiungeva a quella antica, le alienazioni avevano provocato la rovina economica dei braccianti e dei mezzadri, così come le nuove tecniche di coltivazione avevano provocato un esubero di lavoratori. Recinzioni dei campi pubblici, bonifiche delle zone paludose, vendita dei terreni pubblici, unite all’aumento demografico, avevano fatto crescere il numero dei poveri. Costoro si dirigevano spontaneamente verso le città, dove speravano di trovare sussidi pubblici. La questione dei sussidi era molto dibattuta, Ludovico Ricci, prima di Malthus aveva profetizzato il danno che essi facevano all’economia, dato che i poveri, invece di trovare un lavoro, si accontentavano di vivere dei sussidi. Il ché non era forse del tutto sbagliato, dato che i sussidi erano spesso maggiori dei salari, depressi da svalutazione monetaria e crisi delle manifatture. Senza considerare poi che la loro abolizione avrebbe provocato rivolte. A Modena la politica adottata fu quella di rinchiudere i poveri del regno nel grande ospitale in piazza Sant’Agostino, di classificarli, per cercare con sofisticati distinguo di diminuirne il numero. Così solo i poveri autorizzati ottenevano la patente di mendicità o “bollettone”, attestazioni che davano loro l’autorizzazione a chiedere l’elemosina in città. Altri si nascondevano dietro a falsi mestieri come quello del facchino, di cui Modena vantava un numero esorbitante, per esercitare il borseggio e il furto. Tutti ricordano il settecentesco Arlecchino servitore di due padroni, di Carlo Goldoni, tormentato dai morsi di una fame atavica e diviso nel suo lavoro di facchinaggio tra due signori prepotenti e maneschi. L’impressione degli stranieri che arrivavano a Modena era quella di una enorme quantità di mendicanti, che ossessionavano i passanti con continue richieste di elemosina. Il rapporto tra città e campagna era molto stretto e si verificavano stagionali flussi da e verso le due realtà di masse di diseredati che, durante la stagione del raccolto, saccheggiavano i campi coltivati costringendo i proprietari a difenderli anche con le armi. Durante la bella stagione queste torme si rifugiavano nei boschi rimasti. Anche l’amministrazione dell’ospitale di Rubiera pagava un gruppo di donne perché restassero a dormire nei campi e facessero la guardia al fieno raccolto nei tipici alti covoni. La povertà diffusa si intravede anche nei documenti ufficiali sullo stato del ducato, che parlano di emigrazioni, di carestie, di inondazioni, di danni di guerra…

Interessante fu all’epoca il dibattito sul ruolo che dovesse avere la Chiesa, che aveva gestito sino ad allora la questione povertà. I poveri non erano più i fortunati anticipatori del regno dei cieli, l’immagine di Cristo e l’occasione per i ricchi di esercitare la carità, ma una categoria pericolosa da guardare con diffidenza, poiché la povertà (e qui il Protestantesimo un po’ aveva fatto sentire la sua influenza)  era sintomo di ozio e di peccato. Povertà e ricchezza erano stati voluti dalla Provvidenza. La Chiesa continuava a detenere il monopolio della gestione delle attività caritatevoli, non senza che ci fosse chi pensava che il suo ruolo, identificatosi come mera dispensatrice di elemosine e di sacramenti e di controllore della società, fosse ormai inadeguato. Il capitalismo nascente, nonostante il ritardo modenese e reggiano, richiedeva forza lavoro ed essa doveva essere sottratta alla gestione paternalistica della Chiesa, che la sussidiava senza risolvere il problema. Già nel 1723 Muratori aveva proposto che ai poveri si insegnasse un lavoro, che si dessero i beni della Chiesa, liberati dai privilegi e dai vincoli, a disposizione delle attività caritatevoli per creare un sistema assistenziale pubblico.
La situazione sociale tra il 1789 ed il 1796 si aggravò, proprio a causa delle riforme fatte negli anni ‘60. La vendita dei beni ecclesiastici aveva rotto un equilibrio secolare fatto di assistenzialismo e antichi privilegi. Il malcontento verso governo e potere ducale impensieriva la classe dirigente. Il popolo era più conservatore delle classi più agiate e dei ceti emergenti e ciò emerse in modo evidente in epoca napoleonica. Nel 1791 Reggio fu protagonista di una rivolta popolare dovuta alla soppressione degli enti di beneficienza. La città rimpiangeva l’antico assetto feudale e con le riforme napoleoniche tale sentimento si andò acuendo. La leva obbligatoria allontanava dai campi la forza lavoro. Altre nuove istituzioni come il matrimonio civile non erano comprese, il tentativo di laicizzare la vita pubblica andava contro la devozione e un’intera cultura popolare, la forte tassazione metteva in difficoltà una società già provata da anni di difficoltà economiche. La rivolte a Reggio nel 1791 e a Mirandola nel 1796 furono i segni di un clima incandescente nel ducato di Modena. La popolazione discuteva e metteva in discussione le regole, in linea col clima rivoluzionario europeo. Il tentativo del duca Ercole III di proporre a Napoleone la neutralità del suo Stato fu rifiutata a causa del suo atteggiamento ondivago e ambiguo. Al suo arrivo Napoleone chiese a Modena una consistente somma di denaro e in cambio la città non fu attaccata. Ercole III, come i suoi predecessori aveva abbandonato il regno nel maggio del 1796 per rifugiarsi a Venezia. Fu nominato un Consiglio di governo. Reggio nell’agosto si proclamò repubblica indipendente. A Modena si minacciava di fare lo stesso. Il Comune avocò a sé i poteri della Reggenza e fu eretto l’albero della libertà in piazza Grande. In settembre, poiché il duca non aveva ancora pagato tutto il contributo ai Francesi, Napoleone dichiarò decaduto il Consiglio e Modena divenne città sotto la sovranità francese. Furono rinnovati con uomini a lui fedeli gli organi del governo cittadino. Nell’ottobre 1796 si tenne a Modena il congresso che proclamò la Repubblica Cispadana, ne facevano parte Modena, Bologna Reggio e Ferrara. Fu poi ricostituito un solo governo per Modena e Reggio assieme. Tra gennaio e marzo del 1797 fu elaborata la Costituzione della Repubblica Cispadana. Una volta eletti i membri dei vari Consigli la Repubblica Cispadana fu sciolta e confluì nella Repubblica Cisalpina. Il territorio fu suddiviso in tre Dipartimenti: del Panaro, del Crostolo e delle Alpi Apuane (29 luglio 1797). Le contribuzioni di guerra avevano prosciugato le casse modenesi, furono perciò attuati nuovi espropri agli enti ecclesiastici i cui beni furono venduti ai privati, provocando un mutamento epocale dell’assetto fondiario e nel movimento di capitali. Furono soppressi numerosi conventi ed enti religiosi e numerose pratiche e liturgie religiose, creando un certo spaesamento nella popolazione, ancora molto devota. Ma il popolo non partecipava alla spartizione di tali ricchezze, anzi soffriva dei cambiamenti delle regole sociali ed economiche in atto e si vedeva anzi togliere le proprie tradizioni e le pratiche del culto. Nel 1797 a Modena c’erano 7967 poveri su 20221 abitanti, il 40% della popolazione. Nel 1799 cadde la Repubblica Cisalpina, Modena fu occupata più volte alternativamente da Francesi e Austriaci.
La piaga della povertà peggiorò alla fine del XVIII secolo. Carlo Bosellini, intellettuale modenese, propose l’istituzione di un Comitato di beneficenza 20 ottobre 1796 ”il cui scopo sia la soppressione della mendicità il quale avesse il diritto di fare arrestare tutti quelli che vanno mendicando obbligando i giovani abili al servizio militare, bandendo i forestieri e rinviando gli altri ai Comuni d’origine, per ricevere da questi sussidi e lavoro”. L’anno peggiore fu tra il settembre 1799 e l’agosto 1800, come raccontano le cronache, per esempio: “non solo mancano le casse di numerario [denaro] ma mancano altresì tutte le risorse, il commercio è incagliato, e arti senza lavoro, ogni giorno crescono a dismisura i poveri, [si constata il] prezzo eccessivo dei generi di prima necessità” 21 febbraio 1801. Il 17 marzo 1801, in piena carestia “squallidi volti, i compassionevoli lamenti, di infiniti questuanti di cui parecchi contadini”. Furono esatti prestiti forzosi dalle famiglie più ricche. Molti i morti tra il 1800 e il 1801. Le manifestazioni antifrancesi durante l’occupazione austriaca fecero pensare ai Francesi di spostare la capitale a Reggio, ma Modena aveva troppe istituzioni importanti. Nel 1803 Rubiera era ricompresa nel distretto di Modena, assieme ad altri 11 borghi.  In quell’anno si contavano nel ducato 8393 poveri questuanti, 2602 vergognosi e 228 poveri cronici. Come se non bastasse nel 1804 scoppiò un’epidemia di febbre gialla. Napoleone fu accolto all’inizio con entusiasmo come re d’Italia. Il Dipartimento modenese era quello che aveva subito il più grave peggioramento. Nei primi anni dell’800 diminuì la capacità di acquistare terre da parte dei privati. Tra il 1774 ed il 1804 il prezzo della legna triplicò e quello del carbone raddoppiò.  All’inizio dl secolo continuava la decadenza dell’agricoltura modenese con bassi prezzi, scarsi capitali, pochi lavoratori. Male anche le manifatture, andò in crisi la lavorazione della lana a causa  delle leggi protettive, meglio l’ozio del lavoro mal pagato. La preminenza era francese e il blocco navale imposto da Napoleone sfavoriva le esportazioni modenesi. Modena era comunque lo scalo delle merci da Livorno, dalla Toscana, da Lucca e da Genova. Vennero soppresse le arti e liberalizzato il lavoro e ciò peggiorò la situazione. Dal 1797 al 1814 furono venduti fondi già appartenenti a organizzazioni religiose per 25 milioni di lire modenesi, decime, censi e livelli per 6 milioni, cifre enormi. Nel luglio 1809 l’entrata in vigore del nuovo dazio comunale sui consumi fu talmente osteggiato dalla popolazione che si verificarono fenomeni di brigantaggio, sia nel bolognese che nel modenese (1810) e il dazio fu parzialmente sospeso. Alla caduta di Napoleone il ritorno degli Austriaci. Nel 1814 al ritorno di Francesco IV d’Asburgo Este però le cose non erano come prima. Si era formata una coscienza civica diffusa, grazie alla valanga di riforme napoleoniche. I sudditi si stavano trasformando in cittadini. Con questo retaggio di difficoltà i Rubieresi poveri miserabili e analfabeti partivano duecento anni fa, all’alba del nuovo regno restaurato di Francesco IV, senza un soldo in tasca, senza alcuna certezza, a cercare qualche giorno di lavoro nelle campagne mantovane.
Fabrizio Ori
Ufficio Cultura, Archivio, Biblioteca
Bibliografia:
“Economia e società del ‘700 modenese” di Luigi Pucci.
“Modena nell’età napoleonica” di Odoardo Rombaldi
“La Restaurazione a Modena: lo Stato perfetto di Francesco IV” di Luigi Amorth
Articoli in Storia illustrata di Modena” Nuova Editoriale AIEP, 1990.
AAVV, “Storia dell’Emilia Romagna” a cura di Aldo Berselli, University press Bologna, 1977.
AAVV, “Per una storia dell’Emilia Romagna”, Istituto Gramsci Emilia-Romagna, Il lavoro editoriale, 1985.
Ritratti e racconti 2016
Il progetto
Rientra nei progetti di qualificazione a.s. 2015-16 definiti in collaborazione fra Amministrazione Comunale e Istituto Comprensivo di Rubiera.
Si tratta di un progetto espositivo elaborato dalle classi terze delle sezioni A, B, C e G della scuola secondaria di primo grado “E.Fermi” attraverso la rielaborazione di documenti tratti dall’archivio storico comunale.
Il video che presentiamo è stato realizzato dal videomaker rubierese Massimo Ballabeni, che ne ha curato la regia e il montaggio nell’estate del 2016. Si tratta di un opera che sintetizza il lavoro fatto, che ne presenta un estratto, nell’impossibilità di presentare tutto il materiale oggetto di analisi. Abbiamo voluto così conservare il ricordo di un progetto espositivo e di un lavoro così complesso e coinvolgente affidandone la presentazione ai giovani studenti che avevano realizzato la parte più artistica e innovativa della serie di esposizioni che erano state realizzate. Vedrete perciò i volti e le voci degli studenti delle scuole Fermi, vedrete e sentirete questi ragazzi e queste ragazze presentare le loro opere e leggere un breve brano tratto dai loro racconti. In questi, essi hanno tratteggiato in poche righe il carattere e i pensieri di quei rubieresi che duecento anni fa si spostavano dal borgo, ferigno e militarizzato, in cui poche erano le occasioni di lavoro a causa del suo carattere militare e del clima poliziesco in cui lo aveva costretto l’oppressivo e sospettoso regime ducale. La povertà li accomunava tutti.

F. Ori

Realizzatori

  • Prof. Tiziana Giordano, Cattedra di Storia dell’arte presso le Scuole E. Fermi, Rubiera.
  • Prof. Patrizia Bellei, Cattedra di Lettere presso le Scuole E. Fermi, Rubiera.
  • Prof. Stefania Guglielmino, Cattedra di Lettere presso le Scuole E. Fermi, Rubiera.
  • Dott. Fabrizio Ori, Comune di Rubiera, Assessorato alla Cultura, Ufficio Cultura, Archivio, Biblioteca.